Cercatori di Pace 2026
Il percorso "Cercatori di Pace" raccoglie storie diverse, ma tutte attraversate dalla stessa tensione: quella di chi, in contesti di guerra, violenza o ingiustizia, sceglie di approfondire, di non voltarsi dall’altra parte e di aiutare. Cercare la pace è una scelta, un modo di stare al mondo.
Torino, 1996. Elisa ha ventidue anni e studia all’università. A poche centinaia di chilometri da lei, nei Balcani, infuria una guerra che l’Europa osserva senza riuscire a fermare. Elisa sente il bisogno di capire: parte per la Croazia con un ragazzo conosciuto da poco, per vedere da vicino ciò che fino ad allora ha conosciuto soltanto attraverso i notiziari.
Quel viaggio, iniziato quasi per caso, le cambia la vita. E non sarà che il primo dei suoi viaggi nei Balcani. Elisa decide infatti di tornare in Croazia con i volontari dell’Organizzazione Papa Giovanni XXIII, impegnati nel progetto “Colomba”: una presenza civile e nonviolenta accanto a chi continua a vivere tra le macerie della guerra. Insieme ad altri giovani italiani, si ritrova ad assistere anziani serbi rimasti soli dopo la fuga dei figli verso Belgrado. Tra Plavno e Knin, nella Croazia centrale, entra nelle case di chi sopravvive in condizioni estreme, sospeso tra la memoria di una vita perduta e un presente di povertà, paura e odio.
Accanto a queste esistenze ferite, Elisa scopre un altro volto del conflitto: quello che non si lascia ridurre alle semplificazioni della cronaca, ma chiede ascolto, vicinanza, responsabilità. La sua testimonianza racconta proprio questo: l’incontro con una terra lacerata, con le ragioni inconciliabili della guerra, con la necessità ostinata di restare umani. Ma racconta anche il passaggio decisivo di una giovane donna che, mettendo alla prova gli ideali della propria formazione, si misura per la prima volta con la durezza del mondo, con la logica assurda dell’odio etnico e con la scelta profonda di non voltarsi dall’altra parte.
Russia e Caucaso, anni Novanta. Fabrizio è un giovane volontario dell’Operazione Colomba. Parte per una missione di aiuto rivolta ai bambini di un orfanotrofio, ma fin dai primi giorni si scontra con una realtà più dura e complicata del previsto: i cavilli burocratici rallentano ogni passo, i permessi tardano ad arrivare e il progetto rischia di fermarsi prima ancora di cominciare davvero.
Nel frattempo, Fabrizio e gli altri volontari conoscono da vicino la miseria, la fatica quotidiana e la rassegnazione che segnano quei luoghi. Quando finalmente arrivano le autorizzazioni necessarie, sono costretti a interrompere tutto e a rientrare in Italia per un mese. Quel ritorno non chiude però l’esperienza: scelgono di ripartire, di tornare in missione e di continuare il lavoro iniziato.
Il diario di Fabrizio racconta proprio questo: un’esperienza di volontariato fatta di attese, ostacoli, ripartenze e ostinazione. Racconta però anche il momento in cui una missione diventa una scelta, e l’aiuto smette di essere un’idea per trasformarsi in una presenza concreta, da rinnovare ogni giorno.
Nicaragua, 1990. Il paese attraversa un passaggio cruciale e fragile della sua storia: dopo anni di governo sandinista, Daniel Ortega cede il potere a Violeta Barrios de Chamorro. È un tempo sospeso, segnato da tensioni profonde, incertezze politiche, scioperi, rivolte e dal desiderio, ancora vivo, di una pace possibile.
Cesare si trova lì, in quel momento di svolta, insieme a un’organizzazione non governativa. Insegnante, spinto dalle utopie del Sessantotto e dal bisogno di “vivere in concreto sensazioni ed esperienze”, decide di trascorrere sei mesi in Nicaragua. Da quella permanenza nasce una testimonianza intensa: il racconto di un paese che prova a reinventarsi mentre tutto appare ancora instabile.
La sua memoria racconta una società attraversata da contraddizioni profonde, colta nel momento esatto in cui la storia cambia direzione. Ma racconta anche il senso di una scelta personale: quella di esserci, di osservare da vicino, di misurare i propri ideali con la realtà concreta di un mondo in trasformazione.
Milano, 1967. Raffaele ha ventidue anni, vive a Milano con la sua famiglia. Ha frequentato il liceo scientifico, ma non gli interessa proseguire gli studi, fa parte di un gruppo musicale (i Profeti), legge e si appassiona all’Oriente, come molti suoi coetanei.
Nell’autunno del ‘67, Raffaele decide di lasciare tutto e partire, alla ricerca di sé stesso e forse di una verità più grande, insoddisfatto della vita borghese che potrebbe permettersi a Milano, per lui troppo stretta. Così, mette in moto la Citroën 2CV e inizia il suo viaggio. Andare in India via terra è un’abitudine comune per la gioventù dell’epoca, ma Raffaele rivisita questa tendenza in modo profondamente personale: prima dell’India incontra l’Afghanistan e se ne innamora. Passa lì un lungo periodo, poi vi torna alla fine del viaggio, s’installa, vive di quello che può (e continua a chiedere soldi a casa), impara il pashtu, si converte all’Islam, che professa come religione di pace, fratellanza e felicità, diventa amico dei mujaheddin, vive in mezzo a loro, si trasforma in Raffiulah. Quando torna a Milano, ci torna senza cuore, ché il cuore da quel viaggio in poi l’avrà sempre fuori sede. Alcuni anni dopo conosce Jill, una ragazza australiana con cui condivide la passione per il Medio Oriente. S’innamorano, si sposano, si trasferiscono in Australia e hanno tre figli, senza mai rinunciare al loro vivere ardendo. Nel 1980 Raffaele torna in Afghanistan per documentare dall’interno la resistenza all’invasione sovietica. Fa avanti e indietro dall’Australia, dove vivono la moglie e i figli, ma dall’ultimo viaggio in Afghanistan non tornerà: morirà nell’autunno del 1983, schiacciato da un carrarmato sovietico. Sarà seppellito a Urgun dai compagni mujaheddin, con gli onori che si riservano ai martiri.
Le lettere di Raffaele hanno vinto il PREMIO PIEVE SAVERIO TUTINO nel 2005 e sono state pubblicata da Terre di mezzo nel 2006 in un volume dal titolo "Rafiullah".
La storia di Raffaele è stata raccontata a partire da marzo 2021 a Linee d’ombra, su Radio24.
Rafiullah è stata infatti la storia seriale, scritta da Mauro Pescio e narrata da Matteo Caccia, andata in onda ogni giorno in chiusura di puntata a Linee d’ombra.
Libano, 1982. Dopo le stragi di Sabra e Shatila, Ada, ispettrice provinciale della Croce Rossa di Bolzano, sceglie di partire come volontaria con il Contingente di pace in Libano.
Per lei non è una scelta improvvisa, ma il compimento di un antico desiderio. Fin da ragazza, negli anni in cui la guerra invade giornali, radio e cinema, tra retorica patriottica e racconti di eroismo, Ada resta affascinata soprattutto da una figura: la crocerossina. Non l’eroe armato, ma la donna che soccorre, che assiste i feriti, che si prende cura dei morti.
Ancora giovanissima scrive perfino alla Principessa di Piemonte per capire come diventarlo. A ventun anni entra nella Croce Rossa. E nel 1982, alla guida di altre nove infermiere volontarie, presta servizio per circa cento giorni nell’ospedale da campo allestito a Beirut dall’Esercito italiano per assistere la popolazione civile e affida alle pagine del suo diario il racconto di quell’esperienza.
Nel maggio del 1994 Gaddo è un giovane medico appena tornato in Italia dal Ciad, dove ha prestato servizio per Medici senza Frontiere. A settembre deve iniziare a frequentare un Master a Londra ma si rende disponibile per una nuova missione, breve, che l'organizzazione umanitaria per cui lavora non esita a offrirgli: accetta così un intervento di urgenza in Rwanda, Paese africano in cui è in corso un genocidio. La sua equipe, formata dalla moglie Elena, infermiera, e da Claus, un belga che si occupa di logistica, è inviata a Nyamata, dove nel maggio di quell'anno hanno perso la vita circa 10.000 persone. La città che li accoglie è abitata, domina una calma irreale. In un ospedale improvvisato Gaddo e la sua équipe organizzano un piano per coprire le emergenze mediche e sanitarie, affrontando difficoltà enormi per eseguire gli interventi e gestendo il rapporto con i sopravvissuti, i militari, i rwandesi della diaspora che rientrano in paese.
La storia di Gaddo ha vinto il PREMIO PIEVE SAVERIO TUTINO nel 2014 ed è stata pubblicata da Terre di mezzo nel 2015 con il titolo “Un milione di vite”.
Ruanda, 6 aprile 1994. L’abbattimento dell’aereo dei presidenti di Ruanda e Burundi accende la scintilla dell’ultimo genocidio del Novecento. Per Jean Paul Habimana, nato nel 1984 in una famiglia tutsi, è il giorno in cui tutto cambia per sempre. Il mattino dopo comincia la fuga: “Fuggimmo lasciando il cibo ancora caldo nei piatti. Fu l’ultima volta che vidi mio padre”. Rifugiato nella parrocchia di Shangi, sopravvive per miracolo al massacro, nascosto sotto i corpi dei fuggiaschi uccisi. Con l’aiuto di una donna hutu riesce a salvarsi, ritrova la madre e raggiunge un campo profughi. La sua testimonianza attraversa il genocidio, la perdita e la ricostruzione, fino a una scelta che sembra smentire da sola la logica dell’odio: sposare una donna di famiglia hutu. “Siamo ruandesi e basta”.
1972. Giorgio ha vent’anni ed è un artigliere del 1° C ’51 appena congedato. Sessantottino e militante antimilitarista del movimento “Proletari in divisa”, affida a queste pagine una memoria autobiografica nata dall’esperienza del servizio di leva. Ne emerge una testimonianza d’epoca preziosa, che denuncia l’autoritarismo della vita di caserma e restituisce un quadro concreto delle pratiche di contestazione e delle attività sovversive che attraversavano le caserme italiane all’inizio degli anni Settanta.