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Autore

Nada Martelli

Anno

1994

Luogo

Firenze/provincia

Tempo di lettura

6 minuti

Lampi nel percorso della memoria

''Grazie, grazie, non ho fame ...Ho soltanto desiderio di casa, di volti amati, di colline ridenti, sogno un lavoro che mi permetta di provvedere al necessario del piccolo e alla organizzazione della famiglia che voglio aperta e serena...''

Grazie, grazie, non ho fame ...Ho soltanto desiderio di casa, di volti amati, di colline ridenti, sogno un lavoro che mi permetta di provvedere al necessario del piccolo e alla organizzazione della famiglia che voglio aperta e serena. Intanto osservo il viso di Fernando che ci ha raggiunto fin dai primi giorni di aprile e mi parla con i suoi silenzi pesanti di stanchezza e delusione. Mio fratello generoso e ciarliero, affettuoso e ironico, impetuoso e ingenuo non c'è più, si nasconde dietro lo sguardo inquieto da fuggiasco tradito. Capisce la mia pena e mi sorride: c'è ancora spazio per la speranza.

 

Ritornare è un'impresa ardua, macerie dappertutto, linee ferroviarie devastate, ponti saltati, la desolazione di un territorio conteso palmo a palmo da due eserciti in guerra e in mezzo noi, chi da una parte, chi dall'altra ad assecondare il gioco dei colossi indifferenti e crudeli.

Facciamo autostop e ci raccoglie un camion militare americano pieno di casse sulle quali stiamo seduti alla meglio violentemente sballottati per la strada dissestata. Il ponte sul Po è distrutto, ne hanno costruito uno di barche, lo attraversiamo lentamente, le acque sono limacciose, il cielo plumbeo intristisce ancora di più il paesaggio e mortifica il rigoglio della grande pianura.

 

Dalla cabina di guida il militare scosta la tenda che ricopre il rimorchio e ci offre pane bianchissimo. Così bianco non ne avevo mai visto, abbiamo fame, ci sono altre tre persone ospiti come noi del generoso soldato, accettiamo ringraziando, lui dice alcune parole nella sua lingua incomprensibile e le accompagna con un largo sorriso accattivante. È un ragazzo allegro, ha i capelli corti, si accorge del mio stato di disagio in quella posizione così scomoda e mi offre il posto vuoto accanto al suo. Ora va meglio, posso appoggiare la schiena e rilassarmi un po', socchiudo gli occhi: dal finestrino arrivano le immagini monotone della distruzione e quelle consolanti dei campi di grano indifferenti alle gesta folli dell'uomo

 

Chissà che cosa pensa questo fanciullone "liberatore" mentre guida attento e mastica di continuo qualcosa, ma possibile che anche lui abbia tanta fame?

Sento un'uggiolina allo stomaco, una gran voglia di tavola apparecchiata, come in un miraggio mi appare il tegame fumante e profumato della mia mamma, vorrei tornare bambina.

 

Mi accomodo meglio sul sedile spazioso, la cabina è ampia, il guidatore è lontano e molto impegnato a scansare le buche della strada, potrei anche tentare un sonnellino. Mi volto leggermente verso la parte esterna e vedo un cartoccio marrone aperto, quasi appoggiato ai miei piedi, c'è qualcosa di rosa dentro, guardo con più attenzione e maggiore curiosità, ci sono delle strane salsicce strette e lunghe, non le avevo mai viste prima d'ora, non assomigliano a quelle dei "tempi dell'abbondanza", non mi arriva il loro profumo, ma sono lo stesso molto allettanti. Sento lacquolina in bocca, mi brucia il desiderio di assaggiarle, mi vengono in mente le famose "voglie" delle mamme "in attesa" e non riesco a controllarmi.

Allungo furtivamente la mano e sfioro il cartoccio, sarebbe facile tirarne su una e mangiarla, l'autista è troppo impegnato nella guida difficoltosa, mi pare distratto, non può vedermi. Ho quasi afferrato con due dita l'oggetto dei miei desideri mentre rimango composta e indifferente.

"Brendi tutto, signora, brendi scatola, tutto buono" mi paralizza la voce rauca e allegra dell'americano. Ritiro la mano come fulminata da una scarica elettrica, non avevo mai provato tanta vergogna.

 

"No, no, grazie, non ho fame" devo essere rossa come la brace ardente, credo mi si legga in faccia l'imbarazzo e il timore. Ride con schiettezza e semplicità.

"Tutto buono, signora, io contento tu mangiare" e mi porge anche una scatola di cioccolatini.

"No grazie, grazie, non ho fame" e mangio con gli occhi tutto quel ben di Dio, ma non riesco a toccare più nulla, mi sento marcata a fuoco, sono stata presa "con le mani nel sacco", il pensiero di questo gesto ingigantito dalla mia confusione mi impedisce di accettare qualsiasi cosa, invano il soldato stupito e sincero insiste a tirar fuori da uno zaino una golosità dopo l'altra: latte in polvere, biscotti, mandorle. Ho lo stomaco chiuso sono sopraffatta dalla nausea e continui a dire soltanto:

“Grazie, non ho fame, non ho fame”.

 

Quando scendiamo mi dirigo frettolosa verso Luigi e mio fratello, ma non faccio in tempo a raccontare, il ragazzo americano sempre sorridente, sempre masticando è lì davanti a noi, dice okay e consegna con noncuranza a Fernando uno scatolone piene delle sue delizie, dice un’altra volta okay, risale sul camion e se ne va. Ora mi metto a ridere anch’io.