Questo sito usa cookie di analytics per raccogliere dati in forma aggregata e cookie di terze parti per migliorare l'esperienza utente.
Leggi l'Informativa Privacy completa.

Logo Fondazione Archivio Diaristico Nazionale

Autore

Silvia Montevecchi

Anno

1996 -1999

Luogo

Bologna

Tempo di lettura

6 minuti

La vita è una danza

Sono banchi un po’ sbilenchi, fatti con seghe a mano, pochi chiodi, nessun metro. Ma sono banchi, e sono fatti dalla gente. E, insomma, mentre li guardavo lavorare, pensavo a quegli uomini e a quelle donne che, a Reggio Emilia, subito dopo una grande guerra mondiale si rimboccarono le maniche, per costruire in pietra le scuole dei loro figli, perché loro dovevano lavorare. E quella scuola è diventata col tempo un esempio pedagogico per il mondo intero.

 

24.12.1996 Muyinga.

E’  Natale. Tutti i giorni qui sono belli, ma oggi mi è piaciuto particolarmente, perché abbiamo fatto una cosa un po’ strana.  In uno dei campi, uno di quelli più lontani, siamo andati appositamente per costruire i banchi della scuola materna, con la gente.  In questa scuola i banchi sono più o meno tutti uguali, ma da quando c è il campo degli sfollati (e gli insegnanti regolari sono scappati o durante la guerra sono stati ammazzati) i bambini che frequentano sono misti, tutti insieme, di tutte le età, dai quattro ai dodici anni. E siccome c’erano molti banchi un po’ rotti e malandati, ho chiesto all’amministratore locale il permesso di ridurli per farne banchi piccoli, unendoli tra loro per farli quadrati, come nelle nostre materne. Alla gente sembrava una cosa un po’ strana.  Volevano essere pagati e io ho fatto la parte di quella che si incazza: “Porca miseria ! E’ per i vostri bambini che lo fate, mica per i miei! Con tutto quello che vi passiamo gratis, adesso volete dei soldi per una cosa del genere!? E tutte le coperte, il cibo, il salario degli insegnanti…? !”. Volevo che capissero l’importanza di lavorare per la scuola dei loro bambini (purtroppo spesso ho l’impressione che non si dia molta importanza alla scuola, perché i genitori stessi non ci sono andati e perché comunque gli hutu sono sempre stati oppressi, e anche se andavano a scuola per qualche anno, poi sapevano di non avere nessuna possibilità di cambiamento e di ascesa nella scala sociale). Comunque: il primo banco è stato fatto, con tutti i bambini intorno che guardavano, (e guardavano anche me mentre facevo la dovuta documentazione fotografica dei lavori; ormai sanno che poi le foto le vedranno),  con i più piccoli  che venivano usati da misura, e quando finalmente il lavoro è arrivato alla fine, con tanto di panca, tutti hanno visto quanto quei piccoli erano buffi e belli sui loro banchetti ! Sono banchi un po’ sbilenchi, fatti con seghe a mano, pochi chiodi, nessun metro. Ma sono banchi, e sono fatti dalla gente. E, insomma, mentre li guardavo lavorare, pensavo a quegli uomini e a quelle donne che, a Reggio Emilia, subito dopo una grande guerra mondiale si rimboccarono le maniche, per costruire in pietra le scuole dei loro figli, perché loro dovevano lavorare. E quella scuola è diventata col tempo un esempio pedagogico per il mondo intero. Speriamo che questi bambini possano almeno crescere in pace.

Comunque, oltre a questo, oggi è anche stata la prima volta, da quando sono qua, che ho avuto voglia di piangere.  E non è perché è Natale (grazie a Dio, credo che per me sia Natale quasi tutto l’anno).  Diamo piuttosto la colpa alle mestruazioni in arrivo. Noi donne almeno una volta al mese ci “inventiamo” un buon motivo per piangere. Cioè, non è un motivo irreale, solo che magari nel resto del mese ci conviviamo, poi per qualche giorno esplode.

E oggi è esploso perché questi bambini è da otto mesi che non vedono un medico.  Perché alcuni sono talmente malnutriti da avere i capelli biondi.  Altri hanno delle infezioni sulla testa con delle bolle che a guardarle ti prendono allo stomaco. Perché hanno vestiti che non sono vestiti, ma sono buchi con qualche striscia di stoffa.  Perché qui se ti rompi un braccio te lo tieni rotto. Perché… perché qui qualunque sfiga hai,  te la tieni.  Non hai nessuno, assolutamente nessuno a cui  rivolgerti.

 

I massacri nelle chiese infatti, mi ricordano tanto quelli di Marzabotto, 50 anni fa. Da questa terra meravigliosa e triste, tutti i miei auguri per un  97 di pace. Per tutti.

26.12.96

Ho passato il Natale con Paolo e il responsabile locale dell’Unicef. Prima Paolo ed io siamo andati a messa in una bella chiesona di campagna, gremita di gente (dio quanti occhi puntati

su di noi, appena entrati ! Avranno pensato “e questi due da dove sbucano?!”.  Due ore di messa senza capire una parola, ma è sempre Natale). Poi con due camionette dell’ Unicef siamo stati a distribuire  quintali di biscotti, caramelle e casse di Fanta a centinaia di bambini di due grossi campi di sfollati.

Come direbbe Freud “ho realizzato un mio desiderio primordiale”. Mi sono ricordata che è più o meno da quando ero piccola che volevo partire per l’Africa e fare le cose che sto facendo. (…E Freud sosteneva che solo realizzare i desideri infantili porta la felicità!).

Oggi abbiamo cominciato la giornata con la notizia che c’era tutto un quartiere di Muyinga in mano alla polizia per delle perquisizioni. Pare ci siano degli  infiltrati, rientrati dalla Tanzania, con delle armi. Ne hanno arrestati diversi. Chissà che fine fanno. Pochi giorni fa, in una prigione, hanno ammazzato 30 persone perché si erano lamentate delle condizioni dentro la cella (la vita nelle prigioni qui è allucinante). Hanno trovato il modo di fare spazio. Qualche settimana fa, 500 persone ammazzate dentro una chiesa. Le nefandezze delle guerre si ripetono nel tempo e nello spazio, con una particolarità di dettagli che non ha bisogno di apprendimento.  I massacri nelle chiese infatti, mi ricordano tanto quelli di Marzabotto, 50 anni fa. Da questa terra meravigliosa e triste, tutti i miei auguri per un  97 di pace. Per tutti.

E come si dice in kirundi : AMAHORO !

Silvia Montevecchi in Burundi, 1996
Silvia Montevecchi in Burundi, 1996