Autore
Silvia MontevecchiAnno
1996 -1999Luogo
BolognaTempo di lettura
12 minutiLa vita è una danza
 
Nairobi. 28.2.99  – Verso il Somaliland.
(Comincia forse una nuova serie di lettere… Abbiate pazienza! Altrimenti gli amici a cosa servono?!)
Una nuova avventura, un nuovo paese. Nascere di nuovo.
Che fatica!
Per un anno ho fatto cose completamente diverse da quelle che avevo sempre fatto, e forse, dalla mia natura. E per mesi – in Madagascar, paese stupendo – ho vissuto in un ambiente così diverso, così pieno di superficialità, di pettegolezzi cattivi, di prostituzione,… che il mondo dell’associazionismo e della solidarietà era davvero lontano.
E’ difficile riprendere in mano vecchi pezzi. Ritrovarsi. Ricostruirsi.
Ero sempre stata così felice della mia “professionalità“, del mio sentirmi pedagogista, dei contenuti e degli obiettivi del mio lavoro. E adesso, è difficile ritrovare anche solo il senso della parola.
La “professionalità” non è mica un vestito, che lo togli e lo rimetti… O forse sì ? Speriamo.
Ora ritrovo “i miei elementi”. L’infanzia, le scuole, gli incontri con le autorità locali, la formazione degli educatori,… il tutto calato in nuovi contesti da scoprire, la lingua inglese, un mondo semidesertico, di cammelli, di mussulmani, di pastori nomadi, di comunità claniche tradizionali,….
 
…Nascere di nuovo.
Per un anno di solidarietà non ne ho proprio sentito parlare. Ho visto solo un mondo in cui il turismo sessuale era l’industria con il maggior fatturato, in cui i bianchi quando possono si fanno le scarpe l’un l’altro, in cui la fauna più frequente non erano i  lemuri bensì le coppiette di vecchi debordanti e svenevoli, cascanti davanti a ragazzine con l’ombelico fuori, che aspettano erotiche il primo pollo cretino da spennare. (E naturalmente lo trovano).
Devo dire che già dal Burundi, dove pure ero nel mondo della cooperazione, la solidarietà era una parola ben poco citata.
Ma forse è qualcosa che non esiste. Che si ritrova solo in certe riviste del nord del mondo, che ancora filosofizzano sui mali dell’umanità e sulle sue cause. Forse chi scrive quelle riviste e chi le legge, è una piccola minoranza di stupidi che in antropologia sarebbe definita “resistenza culturale”, …destinata a scomparire nel giro di qualche anno.
 
Nascere di nuovo.
Non lo so. Non so se ci riuscirò. Certo, sono uscita dal tunnel. Ho ritrovato queste meravigliose acacie, e gli eucalipti
altissimi. Ho ritrovato l’Africa. Mi mancava.
Ma le ferite lasciano il segno. Non so se ritroverò i vecchi ideali, o se si sono bruciati del tutto.
A Muyinga, ogni mattina mi svegliavo FELICE, perché ero entusiasta di quello che facevo. Amavo quelle colline, i rumori, gli odori. Gioivo nel lavorare per i bambini di quei campi profughi.
Ora non ho più nemmeno un decimo di quella carica. E’ difficile rimanere entusiasti quando si sa che è tutto inutile.
Lo sapevo anche là. La mia era solo una piccola pezza, per dare un po’ di sorriso a quei bambini traumatizzati, che vivevano in condizioni miserabili, nonché un po’ di cibo in più ogni giorno. Ma finito quel progetto, finito quel finanziamento, che cosa rimane a quei bambini? Bah, credo che siano tornati nella cacca in cui li avevamo trovati.
Senza nessuna possibilità di guardare avanti, se non nel loro campo di banani, con due pecore, e il pozzo lontano tre chilometri per andare a prendere l’acqua a piedi.
Magari mi sbaglio. Forse le scuole continuano a ricostruirle, forse gli insegnanti hanno ripreso a lavorare.
Ma purtroppo mi è rimasta la convinzione che dei bambini del Burundi, della Somalia, del Sudan, non gliene frega niente a nessuno. Che i tanti miliardi che si spendono sono solo grandi manovre di macchine mosse per giochi politici ed economici di cui anche noi, forse cretini che credevamo nel dare qualcosa agli altri, siamo tante fondamentali pedine.
Nascere di nuovo.
C’è anche da scrollarsi di dosso i ricordi di un uomo sbagliato. Certo che se ne fanno cazzate nella vita.  E si può rinascere poi?  Beh, su questo almeno, credo di sì. Voglio dire: se non avessimo neppure il beneficio dell’errore…(e in fondo, cos’è un anno di errore in confronto a una vita?!)
Spero di ritrovare la carica, l’entusiasmo, la professionalità, anche. Per quei bambini. Ora mi rendo conto di essere qui principalmente per lo stipendio. E’ vero che se non si fosse pagati bene in Somalia non c’andrebbe nessuno.
Ma è altrettanto vero che quando si ha un buono stipendio, spesso diventa il fine unico. Credo che comunque mi basterà vederli per esserne conquistata. E allora non mi farò più tante domande se gli autori e i lettori di quelle riviste sono poveri cretini o no, se di quei bambini a qualcuno gliene frega o no, se io sono o no una pedina di grandi manovre, ecc.. perché poi non me ne frega niente anche se lo sono. Come ho sempre fatto, cerco di coltivare al meglio il pezzo di terra che ho a disposizione, anche se è un francobollo.
E grazie a quei bambini, spero che dimenticherò gli errori, le ragazze volgari e i vecchi debordanti di Antsiranana, i tunnel, le fatiche, gli uomini idioti, e forse potrò riavere buoni ricordi del Madagascar e nuova fiducia per andare avanti.
7.3.99, Boroma, Somaliland
Prima tappa verso Berbera. Non si può dire che sia un posto affascinante. E’ un po’ una pietraia, con un buon clima.
Dicono che prima della guerra fosse pieno d’alberi, poi tagliati per sopravvivenza. Ora il paesaggio, arido e piatto, ricorda i paesi mediterranei, l’Egitto, Israele, ma senza gli ulivi. Ci sono cammelli e asini qua e là, e questi colori chiari, bianco e grigio delle case in pietra, e un bel cielo azzurro. E queste donne con lunghi veli neri.
Le donne, sono sempre quelle che mi affascinano di più, ovunque mi trovo. Con i loro sorrisi sempre e comunque, con il loro muoversi fluente. Sono davvero loro che scaldano il mondo, che danno a questa terra un po’ di dolcezza.
Sarà che sono traumatizzata dalle ultime personali esperienze, ma il genere maschile, in ogni paese, mi sembra quello più stupido. Gli uomini ovunque sono capaci di violenza, di ubriacarsi, di usa-e-getta, di spacconeria. (Qui, come in Madagascar, non fanno che masticare foglie di qat, e ridono con quei bei denti impiastriccati di roba verde masticata, che schifo!).
Mentre le donne, in molti paesi sempre incinte, con i loro marmocchi sulle spalle arrivano là dove gli uomini neanche si sognano, con un senso di responsabilità, una calma determinazione, una capacità di analisi e di comprensione, che sposta le montagne.
10.3 Mercoledì. Berbera.
Finalmente arrivata, posso disfare i pesanti bagagli, con i miei dieci chili tra libri e roba d’ufficio. L’accoglienza non è il massimo.  La città appare un piattume grigio con tante case distrutte e ampi spiazzi  sterrati.  La casa… no way, i bagni sembrano quelli di un campeggio italiano a una stella.
 
[... ]
22.6.99
Frammenti di vita quotidiana da Berbera, Somaliland
* Ormai credo di essere “massaggio-dipendente”. A Tanà facevo uno o due massaggi a settimana, a Diego tre, qui…uno ogni sera!
Due mesi fa, quando avevo male dappertutto e cercavo una massaggiatrice, tutti quanti ridevano dicendo che non l’avrei trovata, perché qui i massaggi…”non fanno parte della cultura”. Quante idee preconcette, come al solito. L’ho trovata in fretta invece, e mi hanno detto che ci sono etnie che usano molto il massaggio, tradizionalmente, che se lo fanno in famiglia. Le donne dei villaggi, parlandone, mi facevano vedere movimenti con le mani molto professionali.
Ho trovato F., che ha 15 anni ed è parente della nostra cuoca, S., che prendo sempre in giro perché non si toglie mai questo accidenti di velo neanche quando ribolle tra i fornelli e gocciola sudore. Lei ride, ma se lo tiene lo stesso!
- era a Berbera proprio per cercare lavoro. Sono contenta di averglielo trovato. E naturalmente, è contenta anche lei, dato che con i massaggi… si guadagna bene. E quando posso le trovo altri clienti. All’inizio si è capito che, tra gli autisti e i guardiani fuori dal cancello, turbava un po’ lo status quo questa figura femminile che veniva ogni sera in casa degli stranieri. “Cosa farà mai?!”
Un giorno ho fatto apposta ad arrabbiarmi, con S., perché F. non era venuta, e l’ho fatto utilizzando come interprete (S. non parla inglese) proprio quello che sappiamo essere tra i più conservatori. E dicevo “insomma, ha appena cominciato a lavorare, e già se ne va in vacanza?! Io ho male a un piede, non riesco quasi a camminare, dille che se non viene domani sera cerco un’altra!”  Credo che da quella volta abbiano realizzato che non faceva nulla diabolico e abbiano smesso di rompere.
Che nervi! Le piccole città, ovunque, sono delle botteghe. Nei paesi mussulmani poi, una donna non può proprio avere una vita sua senza creare rivolgimenti e dicerie.
Ad ogni modo, F. viene qui ogni sera, tutta contenta perché ha i suoi soldini, ed è piuttosto brava nelle manipolazioni, e io la gratifico ogni giorno dicendole che costituisce il momento più bello della mia giornata. Il ché è quasi vero, e quasi ogni volta mi addormento. Poi mi sveglio per forza perché finisce alle otto, quando è ora di cena. Un giorno, di venerdì, (che qui – vi ricordo – è festa) le chiedo “Beh, com’è andata? Che hai fatto oggi?” Lei tutta contenta ride “Ah, ho fatto un sacco di cose!” E io incuriosita mi domando chissà cosa c’è da fare a Berbera di venerdì, magari la gente di qui conosce cose per noi impensabili…E insisto “Come tante cose? Quali? Racconta!” E lei, sempre sorridente, “Ho fatto il bucato!”  “Hai fatto il bucato?! E poi? Quali altre cose?”  “E poi ho dormito!” “E poi? F., mi hai detto tante cose. Queste sono solo due! Dopo che hai dormito?” “No, niente, dopo che ho dormito niente. Ho lavato i vestiti e ho dormito”.  …Okay!  Tutto è sempre relativo.