Autore
Jean Paul HabimanaAnno
2015 -2015Luogo
RwandaTempo di lettura
7 minuti[...] Mi chiamo Jean Paul Habimana
La mattina presto mi alzavo e entravo nell' "Intabo" dove rimanevo tutto il giorno ripiegato su me stesso restando completamente immobile per evitare che, le foglie, producessero un rumore sospetto attirando l'attenzione degli eventuali assassini di passaggio. L'Intabo era riservato alle banane e chiunque, vedendo il ricoperto di foglie non avrebbe potuto immaginare nient'altro che all'interno ci fossero banane in fase di fermentazione. Lì sotto, il tempo non passava mai e la sera faticavo a uscirne perché il mio corpo era quasi paralizzato. Dopo un po' non ce la facevo più a sopportare quella condizione e lo dissi a Silas. Fu in quel momento che valutò la possibilità di mandarmi a Nyarushishi. Tuttavia Silas era molto timoroso; aveva paura e me lo confessò un giorno, perché tempo addietro, alcuni ragazzi, tra i quali parecchi miei cugini, ai quali aveva consigliato di rifugiarsi in parrocchia, furono uccisi nella stessa parrocchia che lui aveva indicato come luogo sicuro. Perciò si sentiva colpevole e responsabile della loro morte e temeva che anche a Nyarushishi facessi la stessa fine. 
 
Silas voleva confrontarsi con mia madre e sentire il suo parere sull'idea di mandarmi a Nyarushishi. Non avevamo telefoni, ma ci si arrangiava altrimenti. Si preferì far spostare la mamma perché come donna, aveva meno probabilità di essere uccisa. Arrivò a casa di Silas accompagnata da Habineza. Quel pomeriggio Silas venne al mio nascondiglio dicendo che era arrivata mia madre e voleva vedermi. "Che bello!", pensai "Sono più di due mesi che non la vedo e soprattutto non ho sue notizie". Provai una gioia mai più sentita nella mia vita. Avevo fatto più di un mese temendo di essere rimasto solo con mio fratello Vincent ed erano passati meno di dieci giorni da quando venni a sapere che qualcuno della mia famiglia era ancora in vita, e adesso addirittura, avrei rivisto la mamma. Mi sembrava una cosa impossibile ma, detto da Silas, doveva essere vero. Uscii dalla fossa con molta attenzione, come al solito e, camminando lentamente, raggiunsi la casa ed entrai. Appena mi vide, la mamma scoppiò in lacrime: non mi vedeva da tanto, ero sciupato e le mie guance erano gonfie come quelle dei bambini malnutriti perché, in effetti, ero malnutrito. Restai deluso: mi sarei aspettavo un fremito di gioia, un sorriso amorevole; invece si mise in un angolo, piangendo a dirotto rifuggendo il mio sguardo. Interpretai la cosa come se volesse abbandonarmi, che anche mia madre era diventata cattiva e piangesse perché non era contenta di vedermi. Continuò a piangere per alcuni minuti poi venne verso di me, si inginocchiò e mi strinse forte a lei chiedendomi scusa per aver pianto. Mi spiegò che solo da una settimana aveva saputo che io e Vincent eravamo vivi, e continuava a ripetere che era contenta di vedermi. Ripeteva continuamente "ndishimye", "sono contenta". Era quella la parola magica che volevo sentire e che mi calmò e mi tranquillizzò più di ogni altra cosa; sentivo ancora il suo calore di madre. Poi ci spiegò che Silas progettava di mandarci a Nyarushishi a circa 10 km dalla frontiera con il Congo, ma voleva conoscere il suo parere. Le chiesi se potesse accompagnarci lei ma disse che era impossibile perché si nascondeva da Mudeyi insieme alle mie due sorelle e con il fratellino di due anni. Hanyurwa, anche lui figlio di Mudeyi, era un soggetto pericolosissimo: faceva parte degli Interahamwe e uccideva ogni Tutsi che incontrava. Habineza l'altro figlio di Mudeyi era diverso e accompagnava abitualmente la mamma quando usciva con le mie sorelle Beata e Bernadette, per proteggerle, lasciando mio fratello Eugène di soli due anni a qualcuno della famiglia. A quel racconto svanì la fiducia che riponevo in Habineza ma la mamma, intuendo il mio timore, mi tranquillizzò spiegando che Habineza era un bravo ragazzo mentre suo fratello Hanyurwa era l'unico assassino della famiglia. Poi ci salutò con gli occhi pieni di lacrime e tornò a casa. Io mi preparai per andare a Nyarushishi mentre Vincent rimase da Silas in qualità di nipote di Maria venuto a visitare la zia.  Habineza è figlio di Mudeyi Elia. Mudeyi era un amico di mio padre e durante il genocidio fece l'impossibile per nascondere mia mamma, le mie sorelle e i miei fratelli Ephrem e Eugène. Mudeyi salvò molte altre persone. 
Dovevamo partire: Silas ci spiegò che arrivare sani e salvi a Nyarushishi era un gioco d'azzardo e bisognava pregare tanto e confidare nell'aiuto di Dio. Poi passò alla parte logistica. Disse che un certo Gashugi ci avrebbe fatto da guida: in quei giorni, partiva regolarmente da Nyarushishi e durante la notte, attraversava i boschi facendo molta attenzione a non farsi notare e, arrivato nelle vicinanze di casa restava nascosto a distanza di sicurezza nella piantagione di tè. Solo all'imbrunire si avvicinava all'abitazione di Silas rimanendo però nascosto nel boschetto adiacente. I punti di riferimento erano due alberi: Gashugi aspettava nascosto dietro a uno di essi; se non lo trovavi da uno lo trovavi dall'altro. La sera ci preparammo per la partenza. Ero contento di non passare più le giornate rannicchiato sotto le foglie di banano come una gallina morta; volevo andarmene anche perché mi sentivo abbastanza tranquillizzato da Habineza che proteggeva la mamma ed erano più di 10 giorni che Vincent era in quella casa e nessuno aveva scoperto la sua vera identità. Mi separai da Vincent col quale avevo vissuto tutto il tempo del genocidio condividendone difficoltà e atrocità.