Autore
Jean Paul HabimanaAnno
2015 -2015Luogo
RwandaTempo di lettura
12 minuti[...] Mi chiamo Jean Paul Habimana
Avevo dieci anni e fino ad allora mi ero recato in parrocchia per assistere alla santa Messa o a servire Messa come chierichetto; non avrei mai immaginato che un giorno ci sarei andato per trovarvi rifugio. Ci incamminammo. Per non dare nell'occhio attraversammo campi e piantagioni di fagioli e di mais, procedendo a salti, tanto le piante erano fitte. A poco più di un chilometro, decidemmo di proseguire sulla strada pensando ingenuamente che nessun ci avrebbe riconosciuti. Fu il nostro aspetto a tradirci: non avevamo abiti puliti e curati come solitamente la gente indossa per andare in Chiesa bensì scarpe inzaccherate di fango, abiti macchiati di terra, di erba e i capelli pieni di pagliuzze e foglioline. Fu così che quando arrivammo all'hangar tra Bushenge e Shangi, un gruppo di Interahamwe ci fermò chiedendoci i documenti di identità. Io, non avevo ancora i 16 anni necessari per averli e gli altri, essendo Tutsi come me, preferirono mentire per non farsi riconoscere etnicamente e rischiare così la vita. Affermammo di non esserne in possesso. La cosa ci giovò ben poco. Gli Interahamwe iniziarono a sbraitare per spaventarci, accusandoci di aver assassinato Habyarimana; dicevano che eravamo in fuga per questo motivo. In realtà volevano intimorirci per derubarci. Ognuno di noi offrì ciò che poteva: chi non aveva soldi consegnò cappotti, maglioni, felpe, scarpe, le borse delle ragazze, bracciali e orologi: rimanemmo in camicia e pantaloncini. Infine e per fortuna ci lasciarono andare e, sebbene tristi e malconci, continuammo la nostra marcia. 
 
Arrivammo a Shangi intorno alle sette di sera: la chiesa era deserta ma il cortile affollato. Ovunque si sentiva il parlottio di persone cariche di beni di prima necessità alla ricerca di un posto dove sistemarsi. Alcuni si erano portati mucche, capre e agnelli; altri, abiti, lenzuola e viveri. Ci dirigemmo verso il cortile dove il parroco, padre Calixte Shyirakera, un Tutsi di Giheke, camminava avanti e indietro irrequieto; sembrava molto preoccupato. Anni dopo, venni a sapere che la sua famiglia fu quasi interamente sterminata e compresi il motivo della sua preoccupazione. Mentre cercavamo una sistemazione per la notte, ritrovai il mio fratellino Vincent di soli 7 anni; 3 meno di me. Era appena arrivato con un gruppo di sconosciuti; ci eravamo persi poco prima nel fuggi fuggi generale, durante le sparatorie. Vincent, i cuginetti Kazungu e Martin, erano scappati con alcuni mentre io, il cugino Theobald Nyirinkindi, fratello maggiore di Martin, ci ritrovammo con altra gente. Finalmente insieme, ci raccontammo delle nostre disavventure. La sera era calata, avevamo bisogno di una sistemazione ed eravamo affamati come lupi; un rifugio lo trovammo nella sala Conferenze ma, per quietare i brontolii dello stomaco, non ci fu nulla da fare. Passammo la notte senza chiudere occhio a causa del via vai ininterrotto di persone tra il cortile e le stanze della parrocchia. Per di più, nella speranza di ritrovare i nostri genitori tra i nuovi arrivati, prestavamo attenzione ad ogni rumore e ad ogni movimento, e ciò non favoriva di certo il sonno. Rivedemmo solamente alcuni cugini e la famiglia di Kagina Damas tranne la figlia Jeannette, rimasta a scuola e che più tardi, si venne a sapere che era stata uccisa con le sue compagne di classe. Gli altri rifugiati della parrocchia ci erano sconosciuti; molti raccontarono fatti di grande violenza ed efferatezza: quel giorno ascoltammo cose che non avremmo mai potuto immaginare. 
Le riserve alimentari del convento stavano finendo. Le suore ridussero man mano le razioni di cibo fino a doverci accontentare di un cucchiaio di minestra a testa, giusto per non morire di fame. Fortunatamente l'acqua non mancava e per riempirci la pancia bevevamo in continuazione e cercavamo di dormire il più a lungo possibile per scacciare i morsi della fame. Nonostante tutto eravamo contenti perché solo da pochi giorni soffrivamo la sete. In convento eravamo tranquilli, e questo ci bastava. 
Il 29 aprile 1994 un gruppo guidato da un certo Yusufu arrivò a Shangi sparando all'impazzata su tutto e su tutti. Dall'interno del convento sembrava che gli spari fossero diretti a noi e dalla paura ci mettemmo a correre ogni dove cercando di salvarci; alcuni si rifugiarono nel giardino delle suore, altri nel bosco esterno, altri ancora nella vicina piantagione di ananas. Da tempo la parrocchia era affollatissima perciò ai primi spari fu il caos totale: la gente impazzita correva disordinatamente qua e là; anch'io scappai cercando di uscire dal cortile del convento ma dopo pochi passi, travolto dalla folla in fuga, inciampai e mi ritrovai con la faccia a terra mentre sentivo cadere su di me i corpi dei fuggiaschi falciati dai fucili e dai machete. Schiacciato dal loro peso mi sentivo soffocare; sopra di me alcuni feriti invocavano aiuto ma, al canto di "iye tubatsembatsembe!" oh, ah, uccidiamoli tutti! Gli Interahamwe li freddarono all'istante. Rimasi immobile, sotterrato dai cadaveri per un tempo che mi sembrò infinito. Dopo due, forse tre ore, sentendo solo i lamenti di chi era ancora in agonia, mi feci spazio e con circospezione mi diressi al convento nascondendomi tra la vegetazione: dietro le spalle lasciai i corpi maciullati, sventrati, amputati ancora sanguinanti. Ero sopravvissuto e dovevo ringraziare Dio. 
 
La mattina successiva, un gendarme avvisò che tutti i maschi dovevano lasciare il convento: mentendo, aveva assicurato a Yusufu, il capo degli Interahamwe, che all'interno non c'erano Tutsi offrendosi di ricontrollarne personalmente le eventuali presenze. Il gendarme sapeva bene che le vittime designate erano soprattutto i maschi, veri portatori dell'etnia Tusi e se Yussufu ne avesse trovato uno solo avrebbero pagato tutti quanti con la vita. Erano circa le 8 del mattino e, noi maschi, lasciammo il convento dirigendoci nuovamente in parrocchia. La trovammo disseminata di cadaveri dentro e fuori; i pochi sopravvissuti ci spiegarono che un'incursione degli Interahamwe durata dalle tre del pomeriggio alle undici di sera, aveva sterminato un'infinità di persone. Poi, verso le quattro del mattino seguente, arrivarono altri uomini che, con fare gentile, chiesero aiuto per seppellire i morti nella grande fossa scavata durante la costruzione della nuova sala della parrocchia. Un buco enorme dove finirono vivi e morti perché, ingenuamente la gente credendo alle buone maniere, non riconobbero i terribili Interahamwe autori del precedente massacro notturno. Essi, si servivano di ogni espediente per eliminare più persone possibile. Chiedevano ad alta voce a tutti coloro che fossero ancora in vita di farsi vedere, che erano dispiaciuti da quello che era successo, che non capivano com'è fosse possibile uccidere tutte quelle persone addirittura in Chiesa. Al sentire queste parole, tante persone nascoste sotto i cadaveri si offrirono di aiutarli a trasportare i morti alla fossa comune, lì vicino, un buco enorme che gli operai della parrocchia avevano scavato mesi prima durante i lavori di costruzioni dei nuovi locali della parrocchia. Quella volta giocarono la carta della gentilezza e, sull'orlo della fossa, sgozzavano le persone e le spingevano dentro col corpo che avevano trascinato con sé. Fu solo vedendo che, chi usciva portando un cadavere alla fossa, non faceva più ritorno, ci si rese conto del tranello teso dagli stessi uomini che poche ore prima avevano ammazzato quasi 4000 Tutsi lasciando poco meno di 500 superstiti. Tra i sopravvissuti, anche le mie cugine Beatrice Mukarugema e Chantal e una bimba di nome Mahoro. Mentre noi eravamo in convento, queste ultime si trovavano nella parrocchia con gran parte dei nostri parenti, alcuni dei quali, ci dissero, erano probabilmente periti durante le ultime uccisioni, ma non sapevano dire con certezza chi era sopravvissuto e chi no. Beatrice (figlia dell'unica sorella di mio padre) quando ci vide, scoppiò in lacrime di gioia e ci spiegò che con lei c'erano mio padre Anaclet, mio fratello Ephrem, Ngabonziza Jean Damascène fratello di Beatrice, zio Vedaste Burasanzwe e i suoi figli Theophile Ntivunwa e Sibo Albert. Beatrice fu di grandissimo e impagabile aiuto. Ci disse che solo lei era rimasta viva mentre gli altri erano stati uccisi. Insieme visitammo ciò che restava della parrocchia: aule, residenze dei preti, sala giochi; dappertutto muri crollati e porte divelte. Anche l'altare era a pezzi. Ci mostrò dei contenitori ricavati dalle lamiere caduti dai tetti, usati come pentole per cucinare; una rarità in quella specie di inferno. Beatrice era una donna di quasi vent'anni ed era molto intelligente: riuscì a sopravvivere grazie ad un accordo che le permetteva di leccare i residui di fufu3 rimasti sulle posate, sulle pentole e sul cucchiaione in legno usato per prepararlo; in cambio avrebbe cucinato per loro. Averla incontrata fu provvidenziale: ci aiutò inventando quasi dal nulla il cibo per sfamarci, e fu grazie a lei che imparammo a travestirci da ragazze per sfuggire agli Interahamwe interessati soprattutto a sterminare per prima i maschi. Beatrice ci suggerì di prendere gli abiti femminili dai cadaveri ancora numerosi in parrocchia per indossarli al bisogno. Ci mettemmo subito alla ricerca: vestiti ce ne erano molti ma erano talmente insanguinati da renderli inutilizzabili e la maggior parte conteneva ancora parti del corpo: gambe, braccia o solamente teste. Dopo una lunga ricerca ne trovammo un paio senza parti amputate e poco insanguinati: li avremmo indossati quando c'era sentore di presenza di Interahamwe. 
Dopo il massacro del gruppo di Yusufu, ci fu un breve periodo di relativa calma durante il quale noi, vestiti da ragazze, uscivamo a chiedere l'elemosina e gli uomini adulti scampati al massacro nascondendosi sui tetti oppure rannicchiandosi sotto le lunghe gonne delle loro mogli gli uomini si avventuravamo all'esterno alla ricerca di cibo. Eravamo allo stremo; ogni giorno qualcuno moriva di fame e per trovare un po' di cibo, bisognava uscire di notte rischiando moltissimo in quanto la zona era perennemente pattugliata.