Autore
Elisa FrassettoAnno
1996 -1998Luogo
TorinoTempo di lettura
5 minutiColomba (diari serbo-croati)
venerdì, 16 maggio
Lascio Belgrado alle sei del mattino. Ho un appuntamento un po’ vago a fine giornata a Trieste e poche kune in tasca. Mauro mi dà 100 marchi per il pullman da Zagabria, ma neanche so se ce ne è uno… La frontiera è vicina. Cerco di capire qualcosa dei traffici che la polizia fa con la gente che vuole passare la frontiera. Chi è serbo e ha lasciato la famiglia di là, chi è croato ed è stato di qua a trovare la sua, non è più così evidente fare questo percorso. Un signore deve tornare indietro fra mille proteste. Il pullman non entra in territorio croato. Tutti devono scendere fra le due dogane e quando arriva quello da Zagabria c’è lo “scambio degli ostaggi”. Ci sono camion fermi sul bordo dello spiazzo. Uno è targato Mantova. Studio da lontano il camionista e poi decido di chiedergli un passaggio fino a Trieste. È un po’ perplesso. Ma poi mi dice di aspettarlo su in cabina che va a vedere se gli hanno finalmente fatto i documenti. Il viaggio su un camion non lo ho mai fatto prima. Non si possono superare i 60 km/h perché la velocità viene registrata con uno strumento che sembra l’elettrocardiogramma e la polizia può fermarti e controllarlo. Ci sono due rimorchi enormi e la cabina è molleggiata che sembra una giostra. Il tizio è molto gentile, con la sua panciona appoggiata sulle gambe. Mi offre da mangiare e bere. Dietro di noi viaggia il portoghese ma, lui, c’ha un camion meno potente e ci tocca spesso rallentare per aspettarlo. Sul cruscotto c’è una foto di Saibaba che gli cambiato la vita, pensa, a 35 anni, e ora va in India appena può e una volta lui, proprio lui in persona, ha accettato di stringergli la mano. Le ore passano a parlare di Saibaba e di quanto sono cornuti i croati. Passa il pezzo che viene ironicamente chiamato autostrada, quello subito dopo la frontiera che è costeggiato dai boschi e in tre mesi ne sono spariti quattro di camionisti, qui, mai più trovati né loro, né tutto il carico. Se dobbiamo fare per di qua, non ci veniamo mai soli, sempre ci cerchiamo un altro camionista, almeno in due. Passa Slavonski Brod,…quello che ne era.
Passa il ponte di legno strettissimo, che il camion ci entra giusto giusto, d’inverno con il portoghese facciamo la gara, bisogna infilarlo agli ottanta all’ora per far saltare le assi, ma ora che ci hanno scoperto hanno costruito uno scivolo che devi rallentare prima di salirci sopra. Passano tutte le altre leggende on the road di questo improbabile “anatra di gomma”. I carichi portati durante la guerra, quando si passava per l’Ungheria. Gli aiuti della Caritas, indovina un po’?, mille litri di Antica Romagna etichetta nera che se va bene a Belgrado ne è arrivato un terzo e chi se ne è servito di più, puoi giurarci, che erano proprio preti e suore, caro mio… Sempre così, con tutti i carichi, se ne arrivava un terzo era già tanto. Ma anche armi? No, no, quello mai… Ah, d’accordo… Passa la Croazia, questo nuovo gioiello europeo che ci prova a darsi un tono, e poiché mamma Germania ha dato la sua benedizione…croati cornuti la prossima volta faccio il giro da sopra che non mi fanno aspettare quindici ore quindici, perché gli girano le palle che sono stato a Belgrado. Passano otto ore e c’ho un po’ il mal di mare in questa cabina e sono in ritardo per l’appuntamento, così alla frontiera slovena cerco un altro passaggio, questa volta ai 160 all’ora con un affarista in inchiostri con sede in Polonia e fidanzata a Udine e ancora incazzato con i croati. Gli racconto di Plavno. “Dovresti scriverle queste cose, che tutti le sappiano!” Facile, no? (Insipida Slovenia). Ci lasciamo i Balcani alle spalle, scendiamo sulla monumentale Trieste. Ritrovo Alberto, Giampiero, Raffaella e corriamo veloci verso Brescia, dritta e rapida autostrada padana. Raccontano di Knin, le ultime storie. Racconto del mio Balkan express. E questi stronzi Balcani sono tutto per noi…