Autore
Elisa FrassettoAnno
1996 -1998Luogo
TorinoTempo di lettura
7 minutiColomba (diari serbo-croati)
23 settembre
Uno dei giorni che ricordo più malvolentieri è quello che siamo andati a Torbica a portare la legna alla Dusanka. Svuotato il carico ce n’eravamo andati al lago, a vedere il livello dell’acqua e tornati al trattore avevamo incontrato due che facevano della domande, una ragazza con un altro tizio. La jeep della Croce rossa internazionale parcheggiata più in là. Tutto subito non ci eravamo avvicinati ma poi erano venuti a chiederci informazioni in inglese. E siccome dovevano andare da alcuni vecchi di cui avevano una lista, a controllarne lo stato fisico, mi ero offerta di accompagnarli, che noi ci conoscevano e non si spaventavano. Riscendendo verso valle avevamo incominciato a parlare di Plavno e davanti a noi, all’incrocio con la strada principale, i nostri adorati poliziotti. L’atmosfera dentro la macchina è diventata tesa. Così, giusto che non capisco mai niente, mi sento in dovere di tranquillizzare i due, che con Drago, quello più alto ci avevamo giocato a briscola il giorno prima e l’avevamo anche fatto vincere, tanto per non rischiare. E da brava italiana inizio a fare la solita scenetta con loro: e quand’è che venite a prendere il caffè italiano, si fa un’altra partita a briscola, sì, siamo stati dalla Dusanka, quella con le tette che le cadono, sì. Tanto per sdrammatizzare e passare sempre e comunque per fessi. Chissà perché, però fare la fessa quella volta mi pesava tanto. Comunque ci lasciano andare con il loro tipico ghigno sardonico. Riesco a guadagnare che i due vengano in cucina a prendere qualcosa e così posso tirare fuori la lista dei vecchietti che avrebbero bisogno di visite mediche frequenti. È tanto che aspettiamo che a Plavno venga qualcuno con competenze mediche. La ragazza è disponibile e per ogni nome che si ricopia sul suo taccuino, Fabrizio le spiega quali sono i problemi principali. Ad un certo punto però lei ci guarda e come se fosse la cosa più naturale del mondo ci annuncia: d’accordo però noi non facciamo visite mediche? No, non abbiamo neanche medici a disposizione qui? Sì, è la Croce rossa, ma non è questo il nostro compito? Report. Fuck. Non facciamo in tempo però a farci stupire dalle infinite risorse delle organizzazioni internazionali che con grande baldanza i quattro poliziotti di prima spalancano la porta e si rovesciano in cucina, saturando l’aria con i loro scherzi grossolani, fumo di sigarette e grasse risate. Merda. E ricomincia la scenetta.
Allora quanti vogliono il caffè? E si riparte con gli aneddoti sui vecchi di Plavno e chi regge ancora meglio il gioco è Fabrizio che davvero ci supera tutti in doppi sensi e battutine maliziose. Ma la ragazza è sbiancata e si vede. Cerco di dirle qualche parola in inglese, dando per scontato che i tizi non ci capiscano. Ma vedo che lei si è irrigidita. Dei quattro, due sono quelli che passano spesso di qua, sempre meno capelli e un po’ di pancetta, bevono facile e volentieri, scherzano sul limoncello dí Mauro, questo è da ragazzine, passami quello più forte. Ma gli altri due sono nuovi, più giovani, lo sguardo affilato, non ridono sguaiati come i colleghi più anziani. Uno di loro si siede di fianco alla ragazza che si tende ancora di più. Come ti chiami, le fa. Maria. Di cognome. Come faceva tuo padre di cognome? Lei fra i denti pronuncia un nome serbo. Lui annuisce con una smorfia compiaciuta. Non ci può più tornare qui, tuo padre, eh? Ancora quella smorfia, le labbra tese in un sorriso tagliente. Fabrizio continua a scherzare con gli altri due sul suo stato di eterno scapolo, la ragazza abbassa gli occhi. Che cosa ci potevo fare? La rabbia per l’umiliazione che aveva subito mi ha accorciato il respiro ma che cosa ci potevo fare? Ho retto ancora a fare la scema e poi il massimo della tensione con quella storia di Karageorgevic, che tenevamo appeso un suo ritratto in cucina e nessuno si era mai chiesto chi fosse quel tizio in uniforme e tanto di spada, e quando Drago alza la tazza per bere il caffè, gli si raggela lo sguardo. Un anno e mezzo a vederlo appeso tutti i giorni lì, al muro, ma solo qualche secondo, un lampo di lucidità per rendersi conto che tenevamo a mo’ di santino il simbolo vivente dell’irredentismo serbo. Chissà se l’abbiamo capita veramente la gravità della nostra incuranza. I croati hanno ammazzato per molto meno. E la ragazza lo sapeva e nei suoi occhi c’era di tutto, tutto ciò che solo loro possono capire. Alle volte mi sembra che la nostra sia arroganza, con la verginità di chi non ha proprio visto niente e pure ci presentiamo lì, novelli salvatori. E via di nuovo a scherzare per uscire da un’altra, stupidissima situazione imbarazzante, con il quadretto che passava di mano in mano fino a finire imboscato dietro l’armadio. Lei si è alzata, siamo in ritardo col lavoro, e sono usciti. Li ho rincorsi fuori per scusarmi o non so bene nemmeno io cosa volevo dire, ma salvare ancora qualcosa. Ho cercato di spiegargli che se facevamo gli scemi era per sembrare più innocui, che la polizia con una scusa o l’altra veniva spesso a controllarci, non so cosa trovassero di così losco nel nostro vivere lì. Che nessuno garantiva la nostra presenza e bastava una sciocchezza qualsiasi a rimandarci con grande piacere a casa. Lei mi ha guardato perplessa mi ha ringraziato, avremmo finito di parlare dei vecchi con più calma, un altro giorno. Non sono più tornati. Ci siamo giocati l’aiuto della croce rossa, la faccia e la dignità. Gli altri non hanno capito perché ci sono stata così male. Neanch’io bene. Ma l’angosciante sensazione di ridicolo non mi ha più lasciato per molti giorni.