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Autore

Elisa Frassetto

Anno

1996 -1998

Luogo

Torino

Tempo di lettura

3 minuti

Colomba (diari serbo-croati)

Ci hanno raccontato che dopo qualche giorno è venuto Ignazio e ha bussato a lungo. I vecchi gli hanno detto che gli italiani se ne erano andati via.

PLAVNO, dicembre 1997

Abbiamo chiuso la casa di Plavno. Ci hanno raccontato che dopo qualche giorno è venuto Ignazio e ha bussato a lungo. I vecchi gli hanno detto che gli italiani se ne erano andati via. Lui è rimasto lì, in mezzo al cortile. Dietro di lui, sul bordo della strada una jeep bianca con una scritta sulla portiera: “Donation of United Nations”.

Generazione scettica e scazzata, rabbrividiamo di fronte agli idealismi (e in generale di fronte a tutti gli -ismi), memori delle delusioni dei nostri genitori sessantottini.

L’operazione Colomba ha chiuso. Così, quasi senza accorgersene, Plavno se ne è andata dalla mia vita senza rumore, impercettibilmente come vi era entrata. Hanno distribuito trattori e motoseghe ad alcuni, sotto condizione che li usassero per tutti. Duro Rusic c’è rimasto poche settimane dopo, probabilmente più nessuno controllava che prendesse le medicine per il cuore. Gli altri tirano avanti, qualche giovane ritorna, la vita continua. Rileggo e rileggo i diari e li sento frammentari, incompleti. Manca il filo conduttore che li tiene uniti. E questo filo corrisponde alla domanda: perché l’hai fatto? Ho cercato nei ricordi le motivazioni di questa avventura. Avrei voluto trovare un argomento profondo e commovente, un ideale alto e ammirevole. Ho letto anche un libretto dell’operazione Colomba, dove Antonio racconta del perché è partito per Zara, la prima volta. Parla di provocazione di Dio e condivisione con i poveri, di preghiera e testimonianza. Non me li sento addosso questi panni. Generazione scettica e scazzata, rabbrividiamo di fronte agli idealismi (e in generale di fronte a tutti gli -ismi), memori delle delusioni dei nostri genitori sessantottini. La maggior parte di noi è finita a Plavno per una serie di casualità, a immergersi in un putiferio etnico e religioso di cui capivamo ben poco. Quasi tutti ci siamo rimasti perché Plavno è diventato casa, perché ci veniva data finalmente la possibilità di combinare qualcosa di buono, di fare qualcosa di concreto. Non molto più di questo. Né Dio, né lo schieramento politico. So che questo scetticismo deluderà molte persone, che verrà criticato. Ma non è per rinuncia. È solo la capacità salvifica di vedere le infinite sfaccettature delle cose e saper sorridere della vita. Manca il filo conduttore e manca una coerenza all’insieme. Sono frammenti. Ma frammenti vivi in se stessi. La vita è fatta di attimi ma nulla ne garantisce la coerenza… Questo mi ha insegnato Plavno, a vivere gli attimi nella loro intensità. Ma viverli fino in fondo. Grazie alla vita, comunque.