Autore
Elisa FrassettoAnno
1996 -1998Luogo
TorinoTempo di lettura
4 minutiColomba (diari serbo-croati)
PLAVNO, agosto 1996
sabato, 9 agosto Arriviamo a Spalato con il traghetto del mattino zizzagando fra le isole croate che formano uno scenario magnifico. Poi prendiamo un pullman per Knin. Ci eravamo preparati per guardare i segni della guerra dal finestrino ma il sonno accumulato ci fa piombare addormentati. A Knin ci aspettano Andrea e Alessandra con uno scassatissimo pulmino volkswagen. Da Knin ci inoltriamo sul pulmino-corriera verso la vallata di Plavno. Raccogliamo in città Marko che ha messo su un banchetto per vendere le sue pesche (senza gran successo) e Jlia che è andato a fare documenti e per ringraziarci ci ha comprato un pollo. Ci invita a pranzo ma siamo costretti a rifiutare. Arriviamo a casa e, dopo un pranzo di presentazione, ci dividiamo le visite e noi finiamo a Dragic dai cosiddetti “indiani”. E’ un villaggio alto su una collina che si raggiunge camminando una ventina di minuti. Un posto impervio ma questo non ha scoraggiato l’offensiva croata del 1995 né scoraggia oggi i ladri: solo dieci giorni fa hanno rubato le capre alla Stana e l’hanno picchiata. E’ una bianca vecchietta di ottant’anni che una forma di artrite ha piegato quasi in due. Salendo le scale che portano al buco dove lei vive si aiuta con le mani. Nell’aia davanti a casa sua razzola qualche gallina. Inizio a fare l’abitudine a vedere sparsi qua e là oggetti di qualsiasi genere, stoviglie, abiti, mobili persino. Tutto è rimasto come un anno fa. Da una finestra sí intravede, nella casa di fianco, un tavolo e sopra, ancora apparecchiato dall’ultima colazione prima della fuga. Chiamiamo llinka, la seconda vecchietta che vive nel villaggio. Con loro due anche un uomo, Dusan. Avrebbe tutti i documenti pronti per raggiungere la sua famiglia a Belgrado ma ha scelto di rimanere qui per non lasciare sole le due donne. E’ il momento della rakija, acquavite forte e dagli effetti nefasti ma che non si può evitare di bere senza offendere la padrona di casa e guastare la piacevolezza della conversazione. llínka è silenziosa, dall’Akcija Olujal non ha più ricevuto notizie dei suoi figli. Parliamo della pioggia, chiediamo una previsione. Pioverà? llinka ci guarda stupefatta (come faccio io a saperlo?) e se ne esce con uno di quegli intercalari che popolano i suoi discorsi e che le hanno valso il soprannome di capoindiana “Solo Dio sa”. Scopriamo che le suole delle scarpe di llinka non esistono più, queste vecchiette sono di ferro ma… quest’inverno? Mezz’oretta e ce ne andiamo.
Allontanandoci dal villaggio sento una forte angoscia: torneranno ancora i ladri? Non oso pensare alla paura di queste persone, alla loro solitudine. Ma il primo vero impatto con la guerra arriva la sera. Stiamo per metterci a tavola e sento di colpo tacere il vociare e le risate. E’ arrivata Mika e in un angolo del cortile piange, raccontando ancora una volta a Mauro della sua disperazione. I soldati croati l’hanno presa e hanno detto a suo marito: o ti butti dal tetto o facciamo male a tua moglie. Il marito è salito sul tetto e s’è ammazzato. E’ venuta stasera qui, come per chiedere il nostro aiuto. Quando torna a casa passano dieci minuti di imbarazzo poi la nostra giovinezza prende il sopravvento e ricominciano le voci e l’allegria. Riusciremo mai a entrare veramente nel dolore di questa gente? E’ così facile dimenticarsene.